Crisi o non crisi. Questo è il problema

L’economia globale appare attraversata da una crisi reale, alimentata da tensioni geopolitiche, debito, inflazione e fragilità finanziarie. Le analogie con le crisi del passato sono evidenti, ma il contesto attuale amplifica i rischi, soprattutto sul fronte della finanza e delle disuguaglianze. A pagare il prezzo più alto rischiano di essere le classi medie, chiamate a prepararsi a un contesto più instabile e oneroso.

Buona parte del mondo, compresa l’Italia, si sta agitando per cercare di capire che cosa succede nell’economia reale e nella finanza e quali potrebbero essere gli sviluppi e i probabili effetti dell’incombente crisi nonché quelli dei provvedimenti che potrebbero essere adottati per contrastarla sia dal settore pubblico sia da quello privato nell’interesse possibilmente congiunto di tutte le forze sociali.

Al momento le idee sono molto confuse soprattutto presso le autorità politiche sulle quali, come sempre accaduto nel corso della storia, vengono scaricate in misura rilevante le colpe delle crisi chiedendo loro di rimediarvi nei modi meno iniqui possibili, pur sapendo che la storia anche molto recente dimostra che prima, durante e dopo le crisi i loro danni, ma anche i loro eventuali vantaggi, sono profondamente diversi per le varie classi sociali e per i numerosi scomparti delle attività economiche e finanziarie nonché per le varie zone geografiche.

In questo panorama le diagnosi sono numerose e spesso contrastanti, caratterizzate da grande prudenza, circospezione e talvolta anche malafede. Esse assumono infatti un valore non solo economico e finanziario, ma pure politico. I governi sono quindi estremamente cauti e spesso finiscono per comunicare situazioni e andamenti puntualmente smentiti dalla realtà, oggetto di ampie contese fra i partiti che li sostengono e quelli che sono all’opposizione a prescindere dal loro colore.

Ma veniamo al sodo e a quanto ci riguarda direttamente. Piaccia o non piaccia la nostra economia è infatti indiscutibilmente in crisi. Si può discutere sulla sua gravità ma non sulla sua esistenza e sulle sue cause, che del resto sono più generali che specifiche, più o meno uguali a quelle di molti altri paesi a prescindere dai loro regimi politici e dalle caratteristiche delle loro economie e delle loro finanze.

Fra tali cause cito i non ancora terminati effetti del Covid, l’aumento del debito pubblico e di quello dei consumatori, l’incostante e bellicosa politica degli USA, che ha scatenato guerre sui dazi, sulle migrazioni, sull’Iran, sullo stretto di Hormuz e sul mercato delle fonti energetiche e specialmente su quello del petrolio e del gas, la guerra fra Israele e alcune fazioni palestinesi allargata al Libano, la ripresa dell’inflazione in presenza di un rallentato sviluppo del Pil che potrebbe anche portare alla recessione, i massicci massacri perpetrati in molti paesi di quello che un tempo chiamavamo “terzo mondo“, le sanzioni alla Russia e la sua crisi economica, la guerra con l’Ucraina, nonché tanti altri fatti che esasperano l’andamento delle variabili economiche, sociali e finanziarie classiche e che bastano per capire che la crisi che stiamo vivendo e che si accentuerà fra non molto è inequivocabile.

Il panorama che ci sta di fronte non sarà quindi facile, ma sembra non essere – almeno nei principi generali – diverso da quello dei tempi passati anche lontani in cui tante crisi sono accadute.

In un interessante articolo apparso sul Financial Times il 22.4.2026 sono state sintetizzate alcune di tali crisi i cui principali contenuti sono stati confrontati con quelli della crisi attuale. I paragoni fra il passato e il presente sembrano assai simili per almeno cinque elementi: a) lo sviluppo di attività finanziarie non ritenute tradizionalmente rischiose, ma che sono purtroppo scoppiate improvvisamente, come accadde anni fa per il debito pubblico americano che da qualche tempo ha peraltro invaso nuovamente il mondo ed è giunto al limite della tollerabilità; b) alcune bolle, come quelle delle infrastrutture digitali e dell’AI, che potrebbero più o meno improvvisamente disintegrarsi, producendo danni irreparabili ai loro finanziatori e ai loro utilizzatori, come accadde ai tempi degli investimenti effettuati per la costruzione delle infrastrutture ferroviarie; c) l’utilizzo esasperato del leverage, il quale ha ormai raggiunto livelli insopportabili al di là dei quali potrebbe provocare catastrofi non solo finanziarie, come accadde negli USA prima e durante la crisi del 2007-2008; d) lo sviluppo di monete senza sottostante reale, come le stablecoin, il quale è una miccia in grado di far saltare il mercato dei pagamenti, come accadde con il fallimento di altre monete coniate da banche private nell’ottocento; e) l’irrigidimento delle regole di vigilanza sulle banche che ne sta limitando i rischi, ma produce fughe di attività e di capitali verso le shadow bank, intermediari instabili molti dei quali sono già falliti, come quelli che gestivano fondi di private credit.

Quest’ultimo settore continua ad essere pericolosissimo al punto che un articolo pubblicato su Le monde il 19/20.4.2026 afferma che “l’attuale crisi è dovuta allo sterminio dell’economia da parte della nuova finanza”, come definisce il private credit.

Forse i due articoli cui ho fatto riferimento hanno esagerato nello scaricare sulla finanza le colpe dell’attuale crisi che in realtà ha finora colpito solo marginalmente il nostro paese ma i cui sviluppi potrebbero contagiarci pericolosamente, portandoci in un contesto internazionale che coinvolgerà quindi anche mercati finanziari relativamente ristretti e protetti come il nostro.

Non dobbiamo quindi illuderci e soprattutto dobbiamo essere realisti e predisporre al meglio e in tempi brevi le potenziali contromisure se vogliamo continuare ad essere almeno parzialmente padroni dei nostri destini. ‘Estote parati’ è il motto degli scout, ma va bene anche in altri contesti come quello finanziario trattato in queste note.

In particolare, dobbiamo preoccuparci del fatto che le misure che saranno adottate, quali che siano, aggraveranno molto le finanze pubbliche, per riequilibrare le quali sarà indispensabile aumentare il debito pubblico e la pressione fiscale.

Chi deve preoccuparsi maggiormente per gestire ciò che accadrà e cercare di trovare qualche soluzione anche a livello delle singole persone sono coloro che costituiscono le cosiddette classi medie, già maggiormente colpite dalla globalizzazione, dai fenomeni migratori, dalla debolezza e dalla mancanza di coraggio e di chiarezza della politica, dalla minore capacità di difesa e dalla difficoltà di trovare alternative. Come sempre è accaduto, del resto, le classi basse saranno ancora una volta per loro natura perdenti, ma comunque soffriranno oggettivamente e relativamente meno le conseguenze delle crisi che coinvolgeranno paesi come il nostro ma anche altri, a prescindere dai loro regimi politici, tutti impegnati a predicare vanamente l’obiettivo di una meno iniqua disuguaglianza del reddito e della ricchezza. Le classi alte, da parte loro, hanno quasi sempre saputo e potuto, con la tolleranza della politica, rimediare almeno in parte alle conseguenze tendenziali e puntuali delle crisi, favorite anche da manovre fiscali che generalmente le tutelano e dalla possibilità di effettuare in proposito veri e propri arbitraggi anche in sede internazionale, i quali possono pareggiare o addirittura superare i danni di tassazioni straordinarie della ricchezza, che quasi sempre servono del resto solo a tappare qualche buco lasciando l’economia e finanza sostanzialmente immutate.

In sostanza non rimangono quindi che le citate classi medie, le quali non sono peraltro omogenee e che brontoleranno in modo disordinato e non sempre convinto senza avere comunque grandi possibilità di contrastare ciò che accadrà a loro scapito. Esse, come le ha recentemente definite Ferruccio De Bortoli in un Frammento del Corriere della Sera, sono i “silenziosi muli da soma”, la cui pazienza non si sa fino a quando durerà. Nel frattempo, tali classi, come non mai negli ultimi decenni, devono quindi cercare di attrezzarsi velocemente e adeguatamente a livello individuale e collettivo per attenuare il peso dei colpi che la crisi imminente porterà sulle loro spalle, tradizionalmente ben abituate alla durezza della vita e alle astuzie per la sopravvivenza, nella speranza che prima o poi i loro peraltro modesti interessi siano finalmente tutelati per quello che meritano.

L’irrobustimento di queste classi, specie in questo momento particolarmente difficile, insieme a qualsiasi altra misura adottata per la loro difesa rafforzerebbe fatalmente l’intera coesione sociale e il benessere collettivo, non fosse altro perché contribuirebbe anche a ridurre l’attuale siderale distanza fra le sparute classi “ricche” e le ben più numerose classi “povere”, come si potrebbero più realisticamente definire quelle che ho prima chiamato “alte” e “basse”, obiettivo che tutti dicono sia indispensabile raggiungere, ma facendo tuttavia ben poco per conseguirlo.