Aprire la black box del supervisore. Una nuova sfida per migliorare i rapporti tra vigilanza e sistema finanziario

Nel corso del tempo le relazioni tra autorità di controllo sul sistema finanziario, in particolare quelle preposte alla supervisione, e i soggetti vigilati, banche e intermediari finanziari, sono divenute sempre più strette e improntate ad una reciproca collaborazione, naturalmente nei limiti della diversità dei ruoli e per quanto reso possibile dalla ricerca, che non può essere data per scontata, di una sintonia tra le culture aziendali dei soggetti concretamente coinvolti

Ritengo che si possa anche affermare che i supervisori hanno ormai vinto la sfida di riuscire ad aprire, in buona parte almeno, la “scatola nera” della gestione bancaria, un tempo davvero difficilmente decodificabile con i tradizionali approcci di vigilanza, improntati a logiche meramente formali e con strumenti tipici dell’economia politica (economics) più che dell’economia aziendale (management). Attualmente si assiste alla diffusione di prescrizioni e orientamenti normativi e regolamentari ormai molto specifici e granulari, che tengono conto delle logiche di gestione e sono certamente utili alle banche sul piano operativo.

La sfida oggi si sta spostando sull’”apertura” della black box del supervisore. Il tema è certamente connesso all’acceso dibattito sulla semplificazione. Si stanno muovendo in questa direzione sia le autorità anglosassoni (US e UK) che quelle europee. Alcuni annunci sono di particolare effetto: l’OCC e la FDIC statunitensi hanno annunciato di voler ridurre del 30% gli staff preposti alla supervisione; la Bank of England intende ridurre il livello di riferimento per la capitalizzazione delle banche dal 14 al 13%. La “Task Force di alto livello” promossa dalla ECB ha pubblicato a dicembre raccomandazioni in tema di semplificazione orientate a sviluppare una maggiore concorrenza all’interno del sistema finanziario europeo (e rispetto anche ai sistemi “concorrenti”) che saranno esaminate dalla Commissione europea. Si vedrà.

Ma la riflessione sull’apertura della scatola nera dei controlli va oltre i fronti della deregulation e desupervision e non va confusa con questi. Si sta discutendo ad esempio sulla necessità di assicurare una maggiore trasparenza nei processi decisionali dei supervisori, che possa aiutare le istituzioni vigilate a comprendere meglio, in una prospettiva di miglioramento, il “perché” di certe decisioni di vigilanza che le riguardano. Si sta introducendo un obbligo di risposta per i controllori alle richieste di chiarimento che pervengono dal sistema. I confronti con i peer devono essere più specifici e mirati. Laddove si eserciti una maggiore discrezionalità nei giudizi e nelle azioni richieste alle banche – che è considerata in prospettiva una buona pratica di supervisione anche per superare l’approccio “tick the box” di supervisori e soggetti vigilati che impoverisce l’enorme sforzo profuso da entrambe le parti – occorre motivare bene le decisioni prese ed essere pronti ad un confronto esplicito.

Una sfida gigantesca, rispetto alla quale la comprensione dei contenuti delle scatole nere delle banche sembra un gioco da ragazzi, che passa anche attraverso una profonda trasformazione culturale delle autorità di supervisione, che peraltro sembrano avere, come si evince dal dibattito in corso, idee ed energie adeguate a vincere anche questa scommessa.