Le differenze fra banche e intermediari non bancari. Il caso del factoring
Il progressivo ridimensionamento del ruolo delle banche sta ridefinendo gli equilibri del sistema finanziario, aprendo spazi sempre più rilevanti agli intermediari non bancari. Tra questi, il factoring emerge come un attore maturo e resiliente, capace di sostenere in modo significativo il fabbisogno finanziario dell’economia reale. Ma quanto è davvero diverso – e rischioso – rispetto al sistema bancario? L’analisi dei dati e dell’evoluzione normativa offre una risposta meno scontata di quanto si potrebbe pensare
Il processo di debancarizzazione dell’economia prosegue anche con ritmi meno rapidi e intensi. I fabbisogni finanziari di famiglie, imprese e pubblica amministrazione devono conseguentemente essere sempre più soddisfatti dal mercato mobiliare e soprattutto dall’attività degli intermediari finanziari non bancari, il cui ritmo di crescita continua ad essere significativo nonostante che la loro solidità sia frequentemente messa in discussione. Negli USA, dove il problema è diventato macroscopico, i fallimenti di alcuni intermediari hanno turbato il mondo finanziario, ma in Italia questo non è ancora accaduto anche perché, contrariamente a quanto accade negli USA, gli stessi intermediari sono assoggettati ad una vigilanza simile a quella bancaria
Tale situazione è evidente nelle società di factoring, recentemente oggetto di un’interessante analisi di un gruppo di ricercatori della SDA Bocconi guidati da P.SCHWIZER, F.ANNUNZIATA e G.DENOVELLIS (1).
Il tema centrale di queste note si inserisce nel contesto di tale studio e dimostra il livello di maturità raggiunto dal factoring nel nostro paese, che nel 2025 dovrebbe aver raggiunto un turn-over di quasi 290 miliardi di euro, rappresentando circa l’8% del mercato mondiale e l’11,5% di quello europeo. La ricerca ha dimostrato che, se il factoring non esistesse, si dovrebbe coprire in altro modo un fabbisogno finanziario nazionale di circa 200 miliardi di euro l’anno (2).
Tutto questo è avvenuto in presenza di un ambiente normativo complesso, rigido e costoso, che si spera possa essere semplificato quanto prima, onde consentire al factoring di sviluppare meglio le proprie potenzialità (3). Inoltre esso è potuto accadere perché le società di factoring hanno mantenuto nel corso degli anni una situazione patrimoniale ed economica buona.
Quanto alla situazione patrimoniale i dati di Banca d’Italia per l’intero sistema bancario e quelli dell’OSSFIN della SDA Bocconi per un campione di società di factoring dimostrano che uno dei più indicativi rapporti del rischio patrimoniale dei due comparti, cioè il rapporto fra il valore totale dell’attivo e quello dei mezzi propri, era al 31. 12. 2024 pari rispettivamente a più di 10 per le società di factoring e di circa il 13 nelle banche.
Tali dati dimostrano che la situazione patrimoniale delle società di factoring non è peggiore di quella delle banche soprattutto almeno nelle società di origine bancaria, finanziate da mezzi propri e crediti provenienti quasi interamente dalle stesse banche ai cui gruppi esse appartengono.
Quanto alla situazione economica le cose sono più significative e influiscono positivamente su quella patrimoniale.
Il ROE medio del factoring negli ultimi 10 anni ha in effetti raggiunto il 7,62% superando quello delle banche fermo al 5,40%. La sua analisi storica dimostra che il factoring ha una maggiore resilienza nelle fasi recessive e redditività meno volatile, mentre il comparto bancario mostra un profilo più ciclico, alternando fasi di forte deterioramento a periodi di rimbalzo accentuati.
Anche il cost/income ratio, specie a causa delle differenze strutturali fra banche e società di factoring, è più elevato nelle prime che nelle seconde. Le banche presentano del resto una struttura dei costi più pesante e una minore capacità di trasformare in utile i ricavi.
Sulla situazione economica dei due comparti influisce peraltro la qualità dei rispettivi portafogli crediti. Il peso e l’andamento delle posizioni problematiche nei bilanci delle banche sono più alti che nelle società di factoring. Il rapporto fra NPL lordi e totale attivo, infatti, nelle prime arriva al il 7,48% mentre nelle seconde si ferma al 5,00%. cinque. Quello degli NPL netti è invece pari a 4,03 nelle prime mentre rimane a 2,74% nel factoring. Se ne deduce che il factoring presenta un rischio strutturale più contenuto e una volatilità minore rispetto al sistema bancario.
Analoga situazione caratterizza le posizioni scadute deteriorate e le inadempienze probabili, condizionata peraltro dal fatto che larga parte dei crediti del factoring, certamente maggiore di quella delle banche, è costituita da debiti pubblici che in effetti sono pari a circa circa il 50% del totale dei loro crediti in essere.
Il diverso rischio dell’attività delle banche rispetto a quella del factoring è quindi imputabile ai diversi rapporti patrimoniali prima visti e al differente peso dei crediti verso la pubblica amministrazione, ma è anche dovuto alle difformi valutazioni delle domande.
L’intervento del factoring nella forma del regolamento anticipato del prezzo dei crediti ceduti e della prestazione delle garanzie sui debitori presuppone in effetti la necessità di valutare non solo il grado di rischio dei cedenti, ma anche quello dei debitori ceduti, peraltro secondo una tecnica più o meno uguale a quella usata nelle istruttorie dei fidi bancari, ma può essere influenzata anche da una serie di variabili procedurali e contrattuali che non attengono solo alla solvibilità in senso stretto. La distinzione fra contratti pro soluto e pro solvendo, la concentrazione settoriale e geografica del portafoglio, la qualità del processo di gestione e recupero e le strutture temporali dei pagamenti incidono in effetti in maniera determinante sulle perdite attese e sulla volatilità degli indicatori di rischio (4).
Considerando le società dedite al factoring come rappresentative del complesso degli intermediari finanziari non bancari, ciò che in realtà non è del tutto realistico e andrebbe quindi verificato, la situazione italiana è più tranquilla di quella degli USA ricordata in precedenza. Il nostro sistema bancario gode di buona salute così come quello del factoring, il quale ultimo è peraltro costituito in gran parte da società appartenenti a gruppi bancari, caratterizzati da una propensione al rischio minore di quella delle meno rilevanti società di factoring indipendenti.
Questo fatto ridimensiona anche i timori dei possibili danni che potrebbero essere causati da loro eventuali crisi sui rispettivi creditori specialmente di natura privata, che peraltro non sono presenti nel passivo della società di factoring di origini bancarie, finanziate in effetti, salvo rarissime eccezioni, solo da banche o altri intermediari istituzionali.
Lo stesso fatto riduce conseguentemente anche il rischio che dette eventuali crisi possano avere effetti sistemici, in particolare sulle banche(5).
Tutto lascia del resto prevedere che tale situazione possa perdurare e che pertanto il sostegno che il mercato monetario e finanziario italiano daranno all’economia reale non verrà a mancare nei prossimi anni, nei quali peraltro il fabbisogno finanziario di quest’ultima dovrebbe aumentare per consentire almeno gli investimenti e le maggiori produzioni e vendite necessari per uscire dalla stagnazione in cui stiamo soffrendo.
(1) P.SCHWIZER, F.ANNUNZIATA e G.DE NOVELLIS , con la collaborazione di T.BRADA DE ARRUDA, M.DEGNI e F.BIANCHI, Valore, competitività e rischio del factoring, Il ruolo della regolamentazione, SDA Bocconi e Assifact, 2025
(2) P.SCHWIZER, Dal factoring una garanzia di liquidità per le imprese, Il sole 24 ore, 11.2.2026.
(3) ASSIFACT, Un set di misure a costo zero per liberare risorse aggiuntive, Il sole 24 ore, 11.2.2026.
(4) vedi P.SCHWIZER, F.ANNUNZIATA e G.DE NOVELLIS, op.cit., pag. 80 , e il vecchio ma sempre attuale volume di R.RUOZI e B.ROSSIGNOLI, Il manuale del factoring, Giuffre’, 1985, pag. 168 e seguenti.
(5) R.RUOZI, Private credit e banche: rischi sistemici, di prossima pubblicazione su “ Il risparmio”.