Il ventottesimo regime: una vera soluzione per realizzare il mercato unico?

Il progetto del “28° regime” mira a facilitare l’attività transfrontaliera delle imprese europee attraverso uno statuto giuridico opzionale e digitalizzato. Promette vantaggi concreti, ma resta legato ai sistemi nazionali e lontano da una piena integrazione. Un passo pragmatico verso il mercato unico: ma è davvero la svolta attesa?

Era una delle raccomandazioni chiave di Enrico Letta nel suo rapporto. È stata poi ripresa da un altro ex-Premier italiano: Mario Draghi. La Commissione von der Leyen II ha deciso di farne un’iniziativa centrale nel suo piano per un “vero” mercato europeo unico. Il 18 marzo scorso, è stata presentata la creazione del “28° regime”, spesso indicata come “EU Inc.”. Ma che cos’è il “ventottesimo regime” di diritto delle imprese?

Non si tratterebbe di un vero e proprio diritto europeo armonizzato delle società ma piuttosto una nuova forma giuridica opzionale pensata per permettere alle imprese di essere riconosciute e di operare trasversalmente in qualsiasi paese del mercato unico.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio progetto “One Europe, One Market”, che mira a completare l’integrazione economica entro il 2028, riducendo gli ostacoli ancora esistenti tra gli Stati membri.

Una forma giuridica europea “leggera”

Al cuore della proposta c’è l’idea di offrire alle imprese – in particolare quelle innovative – uno strumento giuridico paneuropeo per sviluppare l’operatività transfrontaliera e facilitare la loro crescita. La “EU Inc.” sarebbe accessibile a tutte le imprese, con possibilità di conversione o creazione ex novo, e richiederebbe l’indicazione esplicita della denominazione standardizzata.

L’architettura resta tuttavia ibrida: il diritto nazionale continua ad applicarsi su molti aspetti, mentre l’Unione interviene su procedure, governance e strumenti digitali.

La creazione di una società dovrebbe avvenire in meno di 48 ore e per un costo inferiore a 100 euro, attraverso un’infrastruttura digitale centralizzata. Il progetto insiste fortemente sulla digitalizzazione: registri azionari elettronici, assemblee generali online e possibilità di usare la distributed ledger technology (DLT). La libertà nella strutturazione del capitale – incluse azioni senza valore nominale o frazionabili – e la semplificazione dei piani di stock option contribuiscono a un quadro più flessibile.

La Commissione propone procedure di insolvenza digitalizzate e, in alcuni casi, accelerate: liquidazioni in tre mesi se non vi sono opposizioni, o in sei mesi nella procedura standard. Nonostante quest’ambizione per una maggiore efficienza, queste misure restano incardinate nei sistemi nazionali, senza una vera unificazione. Cosicché il rischio giuridico legato alla frammentazione europea non sparisce ma viene solo attenuato.

Proposta realistica o opportunità già persa?

Politicamente, il 28° regime è il risultato di un equilibrio tra ambizione e prudenza. L’idea trova le sue radici nel rapporto di Enrico Letta sul mercato unico, che evocava una forma di “Stato giuridico virtuale” europeo per le imprese. Tuttavia, la proposta finale appare più contenuta: uno strumento opzionale, vicino a una standardizzazione procedurale piuttosto che a una vera sovranità giuridica europea. Alla fine, la Commissione propone di creare uno statuto imprenditoriale a “riconoscimento automatico” da uno Stato membro a un altro, ma non una vera e propria “impresa europea” capace di operare dappertutto nell’Unione prescindendo dalle legislazioni nazionali.

Alcuni osservatori sottolineano una certa distanza tra il consenso politico attorno alle grandi riforme – come quelle promosse da Letta o Draghi – e la loro traduzione concreta.

La semplificazione resta un terreno sensibile, dove gli Stati membri sembrano riluttanti a cedere competenze chiave.

In definitiva, il 28° regime costituisce un progresso pragmatico per il rafforzamento del mercato unico piuttosto che una rivoluzione o una soluzione paneuropea. Offre benefici tangibili in termini di rapidità, digitalizzazione e standardizzazione, elementi che possono sostenere l’attività transfrontaliera delle imprese europee anche se sembra pensato soprattutto per le start-up o le scale-up.

Alla fine, non pare rappresentare – almeno in questa fase – la rivoluzione sistemica auspicata da alcuni. Sembra piuttosto una tappa intermedia: una prima pietra su di cui costruire campioni imprenditoriali europei, a condizione che la volontà politica segua.